Nyckelharpa 2: il corpo, le forme e i legni
- lacasadellorgano
- 1 feb
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Bentornato in bottega. Se l’articolo precedente ti ha incuriosito abbastanza da resistere alla tentazione di chiudere la pagina, allora siediti pure sullo sgabello lì nell’angolo – attento alla segatura, però, che oggi ho appena finito di piallare una cassa.
Oggi parliamo del corpo della nyckelharpa. Non della tastiera (quella la lasciamo per dopo, perché è la parte che fa venire più mal di testa e più soddisfazione), ma della cassa armonica, della tavola, del fondo, delle fasce. È qui che lo strumento inizia a prendere carattere, prima ancora di mettere una sola corda.
Due famiglie principali di forme (e un paio di ibridi bastardi)
Guardando le nyckelharpe storiche e quelle contemporanee, si vedono due linee evolutive ben distinte, più qualche deviazione che nasce dalla fantasia dei costruttori (o dalla necessità di arrangiarsi con i legni che si avevano a disposizione).
La forma “violino” / “fiddle” (la più antica e la più diffusa oggi) Corpo allungato, spalle pronunciate, fondo bombato o quasi piatto, tavola armonica con due effe stilizzate o a goccia. È la forma che trovi sulle nyckelharpe del XVII–XVIII secolo conservate nei musei svedesi (Skansen, Nordiska Museet, Musikmuseet di Stoccolma) e sulle moderne “standard” che suonano la maggior parte dei musicisti folk oggi.
Perché proprio questa forma? Probabilmente perché è nata come una sorta di violino popolare con chiavi aggiunte. Nel ‘600–‘700, quando il violino barocco stava conquistando l’Europa, in Svezia i suonatori rurali non avevano accesso (o non volevano) agli strumenti da corte. Così hanno preso il modello del violino – che già funzionava benissimo per arco e per danza – e ci hanno infilato sotto la tastiera a chiavi. Risultato: uno strumento che poteva suonare da solo (melodia + bordone + simpatie), ma che manteneva la proiezione e il sustain del violino. Le effe non sono solo decorative: servono a far uscire il suono in modo diretto e brillante, soprattutto nelle frequenze medie-alte, che sono cruciali per tagliare il rumore di una sala da ballo piena di gente che batte i piedi.
La forma “guitarra rinascimentale” / “cetra” (la più rara e affascinante) Corpo più largo e corto, spalle meno pronunciate, a volte fondo piatto, tavola armonica con rosette multiple o intagli geometrici. Questa linea è più vicina alla moraharpa (la “vecchia” nyckelharpa del XIV–XVI secolo) e alla kontrabasharpa (variante con bordone grave). Sembra quasi una chitarra rinascimentale o una cetra gotica a cui hanno aggiunto una tastiera meccanica.
Perché questa forma è quasi scomparsa? Probabilmente perché aveva meno proiezione. In un matrimonio svedese d’inverno, con trenta persone che ballano, il camino che crepita e il vento che fischia dalle fessure, serviva uno strumento che si facesse sentire. La forma violino vinceva per volume e chiarezza. La forma cetra invece era più intima, più da camera o da canto narrativo – e quindi è rimasta nelle mani di pochi ostinati.
I legni: cosa uso io e perché (e cosa usavano loro)
Non esiste un legno “giusto”. Esiste il legno che funziona per quello che vuoi ottenere. Ecco come ragiono quando scelgo:
Tavola armonica: quasi sempre abete di risonanza (Picea abies o Picea excelsa). Leggero, elastico, con fibre diritte e anelli stretti. È il materiale che meglio trasforma l’energia delle corde in vibrazione dell’aria. Nelle nyckelharpe storiche spesso si usava abete scandinavo o importato dal Baltico – lo stesso che finiva sugli organi e sui clavicembali del Nord Europa.
Per il fondo e le fasce, quasi sempre acero riccio (Acer platanoides o Acer pseudoplatanus) o betulla scandinava. L’acero riccio è il mio preferito: ha una venatura ondulata che non è solo bella da vedere, ma crea una rigidità selettiva che aiuta a proiettare le frequenze medie senza far diventare il suono troppo nasale. Il fondo bombato in acero riccio dà anche quella risposta “viva” che cambia leggermente a seconda di quanto premi sulla tastiera.
Per tastiera e tastini prediligo pero selvatico, ciliegio, bosso o acero duro. Legni duri e compatti, che non si consumano troppo in fretta sotto le chiavi di ottone o di ferro.
Per cavi e ponticello (morso del cavallo) sono meglio pero, prugnolo o ebano. Il morso deve essere duro ma elastico quel tanto che basta per “piangere” appena sotto la pressione delle corde di simpatia. Se è troppo rigido, le simpatie non cantano; se è troppo morbido, si spegne tutto.
Nelle nyckelharpe antiche spesso trovavi legni locali e riciclati: abete di scarto da costruzioni navali, acero preso da un vecchio tavolo, betulla raccolta nel bosco dietro casa. Non c’era niente di prezioso. Eppure suonavano. Perché? Perché il legno buono non è quello caro: è quello stagionato bene, con venature che vibrano in modo coerente e senza nodi che bloccano l’energia.
Pensiero Lucalaterale (quella che faccio mentre incollo le fasce)
Credo che la nyckelharpa abbia mantenuto forme così diverse per così tanto tempo proprio perché non è mai stata uno strumento “ufficiale”. Nessuna accademia, nessuna corte, nessun liutaio di professione che dettasse canoni. Ogni suonatore-costruttore aggiungeva, toglieva, modificava secondo il suo gusto, il suo bosco, il suo ballo preferito. È uno strumento democratico nel senso peggiore e migliore della parola: non appartiene a nessuno, quindi appartiene a tutti quelli che hanno voglia di metterci le mani.
Nel prossimo articolo scendiamo nel dettaglio che fa tremare le gambe a molti: la tastiera a chiavi. Come funzionano quei maledetti tasti mobili, perché alcuni sono di ottone e altri di ferro, come si intonano senza impazzire e perché una chiave storta di mezzo millimetro può rovinarti la serata.
Se hai voglia di continuare a sporcarti le mani insieme a me, ci vediamo tra un po’. E se hai una nyckelharpa sotto gli occhi in questo momento, prova a guardarla con attenzione: non è solo uno strumento. È un dialogo di settecento anni tra mani, legno e note.
A presto, con le dita ancora impregnate di colla di pesce e un po’ di resina appiccicata.


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