Nyckelharpa 1: il nome, le radici e il perché di uno strumento così ostinato
- lacasadellorgano
- 1 feb
- Tempo di lettura: 4 min

Se entri in bottega mentre sto lavorando una nyckelharpa e mi chiedi «ma perché si chiama proprio nyckelharpa?», di solito rispondo con un mezzo sorriso e una scrollata di spalle: «Perché è una harpa… con le chiavi. E perché in Svezia le cose semplici le dicono come stanno».
Ma non è così banale. Il nome nyckelharpa (o più precisamente nyckelharpa al singolare, nyckelharpor al plurale) è un composto svedese limpido:
nyckel = chiave, tasto
harpa = arpa
Quindi: «arpa a tasti», «arpa con chiavi». Eppure quel nome racconta già una storia stratificata, perché la parola harpa in Scandinavia non ha mai significato solo lo strumento a corde pizzicate che immaginiamo oggi con le colonne e la cassa armonica triangolare. Nel Medioevo nordico harpa era un termine generico per indicare quasi ogni strumento a corde, dal salterio alla lira, dalla cetra alla fidula. È lo stesso slittamento semantico che ha fatto sì che in tedesco Harfe sia l’arpa classica, ma in islandese antico harpa indicasse anche la lira.
Ora fai un passo indietro con me.
Filologia e antropologia: da dove arriva davvero questo strumento?
Le prime tracce iconografiche e documentali di uno strumento che assomiglia alla nyckelharpa compaiono tra il XIV e il XV secolo, soprattutto in area germanica e baltica:
miniature nei manoscritti boemi e bavaresi (fine ‘300)
sculture lignee nelle chiese del Baltico orientale (Gotland, Estonia, Livonia)
un disegno tecnico nel trattato Musica getutscht di Sebastian Virdung (1511), dove appare uno strumento chiamato Schlüsselgeige o Schlüsselfidel («violino a chiavi»)
Quindi no: non è nato in una baita svedese nel ‘600 come a volte si legge in giro. Le sue radici sono più antiche e più continentali. È molto probabile che lo strumento sia arrivato in Svezia attraverso due canali principali:
via hansatica – i mercanti della Lega Anseatica portavano idee, legni, strumenti e suonatori dalle città tedesche del Baltico (Lubecca, Danzica, Riga) fino a Stoccolma, Visby e Kalmar
via finlandese-estone – in Estonia e nella Carelia c’erano già forme arcaiche di talharpa e jouhikko (lira ad arco con corde di crine di cavallo) che condividono con la nyckelharpa il concetto di «tasti sotto le corde» per cambiare l’altezza senza premere direttamente sulla corda
Ma perché proprio in Svezia questo oggetto ha messo radici profonde, mentre in Germania è quasi sparito e in Estonia è rimasto una variante marginale?
Qui entriamo nel territorio delle speculazioni filologico-antropologiche, quelle che mi piace fare mentre sto piallando una tastiera.
Perché la nyckelharpa è diventata “svedese” (e non è sparita come le altre)
Ipotesi numero uno – il freddo e la tecnica di accordatura In Scandinavia l’inverno è lungo e umido. Gli strumenti a corde pizzicate o sfregate si scordano continuamente. La nyckelharpa ha un vantaggio enorme: i tasti (le chiavi) sollevano le corde di simpatia e di melodia di una distanza fissa dal ponte. Una volta che hai regolato bene la tastiera, lo strumento resta accordato per giorni, anche con sbalzi di temperatura e umidità. Per un contadino o un suonatore di matrimoni che viveva in una casa di legno senza riscaldamento, era una rivoluzione pratica. Non doveva riaccordare tutto ogni mezz’ora.
Ipotesi numero due – la polifonia contadina La nyckelharpa non è uno strumento solista da salotto. È fatta per suonare da sola o in piccolo gruppo, e può fare melodia + bordone + ritmo con una sola mano. In un contesto rurale dove non c’erano orchestre professionali, questo era oro: un uomo solo poteva tenere in piedi una danza per ore. Le corde di simpatia (che oggi arrivano fino a 12-16 a seconda del modello) creano un alone armonico costante, quasi un ronzio mistico che riempie lo spazio. È una tecnica che ricorda da vicino la tradizione scozzese della hardanger fiddle o la lira calabrese: bordone continuo + melodia + riverbero naturale.
Ipotesi numero tre – resistenza culturale Mentre nel resto d’Europa tra ‘600 e ‘700 gli strumenti popolari venivano progressivamente emarginati dalla musica colta (violino barocco, clavicembalo, orchestra), in Svezia la nyckelharpa è rimasta nelle mani di chi non aveva niente da perdere: contadini, soldati di ritorno dalle guerre, suonatori di nozze nelle province. Non ha mai avuto accesso alle corti, quindi non è mai stata “civilizzata” né standardizzata. È rimasta ruspante, imperfetta, ostinata. Proprio come chi la suonava.
E allora perché oggi la costruiamo ancora?
Perché è uno strumento che non ti lascia mai tranquillo. Ogni pezzo di legno reagisce in modo diverso. Ogni tastiera che taglio mi costringe a ripensare l’intonazione. Ogni morso di cavallo (il ponticello) che regolo mi fa scoprire un timbro nuovo. E quando finalmente lo strumento “prende voce” – dopo giorni di limature, prove di corde, litigi con la colla – capisci che non stai solo costruendo un oggetto. Stai ricostruendo una relazione tra mani, legno, corde e orecchio che va avanti da almeno sei secoli.
Nel prossimo articolo entreremo nel cuore della questione: come è fatto il corpo, perché certe nyckelharpe hanno la cassa a forma di violino e altre sembrano quasi una chitarra rinascimentale, e perché io scelgo quasi sempre l’acero per la tastiera e l’abete per la tavola armonica.
Se ti va di continuare questo viaggio lento e un po’ testardo insieme a me, ci vediamo tra qualche tempo. Nel frattempo, se hai una nyckelharpa sotto mano (o se stai pensando di farmene costruire una), scrivimi pure. Le mani sono sporche di segatura, ma le orecchie sono aperte.
A prestissimo, Luca


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