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Il mondo della nyckelharpa

  • lacasadellorgano
  • 1 feb
  • Tempo di lettura: 3 min

Ciao, sono Luca Veroli, quello che da anni passa le giornate a piallare legno di acero, a limare tasti di ottone, a tendere corde di budello e a litigare bonariamente con colla animale che non vuole asciugare quando dovrebbe. Costruisco (anche) nyckelharpe. Non tante, non in serie, ma le faccio con calma, con le mani, con l’orecchio e con una certa testardaggine che forse mi ha salvato da lavori più ragionevoli.


E ora voglio provare a fare una cosa che non ho mai fatto prima: portarti con me dentro questo strumento, passo dopo passo, senza fretta, come se fossimo seduti in bottega con un caffè (o una birra, dipende dall’ora) e un po’ di segatura sui pantaloni.

Perché la nyckelharpa? Perché è uno strumento che non si accontenta di essere suonato: pretende di essere capito. Ha 16 corde, una tastiera piena di tasti mobili che sembrano usciti da un sogno steampunk medievale, un ponte che canta e un carattere che cambia a seconda di chi la tocca e di come è stata costruita. È svedese, ma non è mai stata davvero “di moda”. È rimasta per secoli nelle mani di contadini, di suonatori di nozze, di ostinati che non volevano mollare uno strumento che tutti davano per spacciato. E poi, negli ultimi quarant’anni, è tornata a vivere – e io ho avuto la fortuna (e la pazienza) di entrarci dentro proprio in questo momento di rinascita.


Questo non sarà un corso veloce. Non ti insegnerò a suonarla in dieci puntate, né ti dirò “compra questo modello e vai”. Voglio raccontarti la nyckelharpa come la vivo io: dalla scelta del legno alla colla che si asciuga troppo in fretta, dai primi tentativi di intonazione ai momenti in cui, dopo tre giorni di lavoro, lo strumento finalmente “respira” e ti risponde.


Ti avverto subito:

  • parleremo di essenze di legno che profumano ancora di resina

  • di come un tasto storto di mezzo millimetro ti rovina l’accordatura di tre giorni

  • di come certe nyckelharpe del Settecento suonano meglio di molte costruite ieri (e di perché)

  • di come il morso del cavallo (il ponticello) debba “piangere” appena un po’ per far cantare le corde di simpatia

  • e di come, alla fine, lo strumento non è mai davvero finito: continua a cambiare con il tempo, con l’umidità, con le tue mani

Sarà un cammino lento. Un articolo ogni tanto, quando c’è qualcosa di vero da dire. Magari partiremo dal nome (che già di per sé racconta una storia), poi passeremo al corpo, alle chiavi, alle corde, alla tecnica, ai repertori dimenticati, alle differenze tra le varie “famiglie” (svedesi, moraharpa, kontrabasharpa, nyckelgiga…). E sì, ci saranno anche un paio di mie foto di lavoro in bottega, perché se ti dico che una venatura fa la differenza, voglio che tu la veda.


Se ti va di venire con me, siediti qui. Porta pazienza, curiosità e magari un po’ di diffidenza sana (quella che serve quando uno ti dice che sta costruendo uno strumento “antico” che però non è proprio antico). Io metto sul tavolo quello che so, quello che ho sbagliato e quello che sto ancora cercando di capire.

Pronto? Allora cominciamo dal principio, ma senza correre.


Nel prossimo articolo ti racconto perché si chiama proprio nyckelharpa e cosa significa quel nome per chi ci lavora dentro ogni giorno.

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