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Il Davolisint: il primo sintetizzatore italiano che ha viaggiato fino al cuore del krautrock e del prog

  • lacasadellorgano
  • 1 feb
  • Tempo di lettura: 5 min

L'Italia ha avuto il suo sintetizzatore analogico monofonico già nel 1972, prima ancora che tanti marchi famosi esplodessero. Si chiama Davolisint (a volte scritto Davoli Davolisint) ed è nato dalle mani di una piccola azienda di Parma, la Davoli Krundaal Musical SRL, fondata da Athos Davoli.

Athos non era un ingegnere elettronico da laboratorio hi-tech: veniva dal mondo degli organi e degli amplificatori per chitarra e voce. Negli anni '60 i suoi Davoli finivano nelle mani di tantissime band italiane e internazionali, dai Beatles ai New Trolls, passando per Ella Fitzgerald e Muddy Waters. Poi, quando i sintetizzatori Moog e ARP iniziavano a fare rumore oltreoceano, Athos decide di provarci anche lui. Nasce così il Davolisint: compatto, solido, tutto italiano, e incredibilmente raro oggi.


Wo ist unseren Davolisint?
Wo ist unseren Davolisint?

Sapevi che uno dei primi grandi nomi a usarlo è stato Kraftwerk? Nei primi anni '70 lo hanno avuto in studio e lo hanno usato per dare quel tocco strano e freddo a parti di alcuni brani. Ma non è l’unico. La band che forse lo ha fatto suonare nel modo più riconoscibile è La Düsseldorf, il progetto nato dalle ceneri dei Neu! con Klaus Dinger. Sul primo album omonimo del 1976 (quello con la copertina viola acceso) il Davolisint compare in diversi momenti: quei suoni acidi, grezzi, quasi proto-industriali che emergono tra i motorik beat devono molto a questo piccolo synth italiano.


Caravan, la band di Canterbury, lo ha usato nel 1973. Ascolta The Dog, The Dog, He's At It Again dall’album For Girls Who Grow Plump in the Night: quel synth solista strano, un po’ psichedelico e un po’ alieno, è proprio un Davolisint. Dave Sinclair lo suona in modo pazzesco e lo strumento finisce persino in una puntata di Old Grey Whistle Test della BBC. Dopo quella performance sparisce nel nulla per decenni, fino a quando non riemerge in edizioni rimasterizzate e video d’archivio.


Altri estimatori? Cluster e Harmonia (Michael Rother, Dieter Moebius, Hans-Joachim Roedelius) lo hanno avuto tra le mani durante le session di Zuckerzeit (1974). Quei paesaggi kosmische pieni di texture bizzarre portano anche la sua firma. E poi ci sono voci insistenti su Vangelis, Jean-Michel Jarre, Peter Gabriel, Vince Clarke e persino Depeche Mode nei primissimi tempi: alcuni dicono di averlo visto nei loro studi, ma le prove certe sono poche. Il Davolisint è uno di quei synth che girava nelle mani di pochi, ma che quando arrivava lasciava un segno.


Perché è così speciale? Innanzitutto perché è il primo synth italiano della storia. Ha un oscillatore principale, un secondo per il sub-oscillatore, filtro low-pass, envelope semplice ma efficace, generatore di rumore, e un suono molto crudo, organico, con quel calore analogico anni '70 che oggi fa impazzire i collezionisti. Non è un Moog, non è un ARP, è proprio italiano: un po’ artigianale, un po’ grezzo, ma con un carattere unico.


Sapevi che ne sono stati prodotti pochissimi esemplari? La Davoli non era una multinazionale: era un’azienda familiare. Oggi un Davolisint funzionante è una chimera. Se ne trovi uno su Reverb o in un mercatino nascosto in Germania o in Italia, preparati a spendere cifre che negli anni '70 sembravano fantascienza. E se lo provi, capisci subito perché chi lo ha usato non se ne dimentica: è un synth che “parla” in modo diretto, senza filtri digitali, senza menu infiniti.


’anomalia dei trenta tasti e l’architettura a due VCO paralleli

A prima vista, il Davolisint appare quasi come un ibrido tra un giocattolo scientifico e un pezzo di arredamento d'avanguardia. La sua tastiera da due ottave e mezza, con soli trenta tasti, tradisce l'origine organistica della casa produttrice, ma è ciò che si nasconde sotto lo chassis metallico a definire la sua leggenda. A differenza dei classici monofonici che offrivano un controllo totale sulla forma d'onda, il Davolisint lavora su un concetto di sovrapposizione: dispone di due oscillatori che non vengono accordati nel senso tradizionale del termine, ma gestiti tramite cursori (VCO 1 e VCO 2) che permettono di spaziare tra diverse ottave e modulazioni. Questa architettura genera un battimento naturale, una sorta di "chorus" meccanico e instabile che conferisce allo strumento quella voce cavernosa e leggermente stonata tanto amata dai pionieri del Krautrock. Non cercate la precisione chirurgica di un oscillatore controllato al quarzo; qui la bellezza risiede nel "drift" termico dei transistor, che rende ogni nota un'entità viva e imprevedibile.


Il filtro a scorrimento e la rivoluzione del "Portamento" fisico

Mentre i sintetizzatori americani stavano standardizzando l'uso delle rotelle di pitch bend e modulazione, Athos Davoli scelse una strada più tattile e, per certi versi, più vicina alla sensibilità di un violinista. Il Davolisint non possiede le classiche "wheels", ma sfrutta dei potenziometri a cursore per gestire il portamento e il vibrato in tempo reale. Questo dettaglio tecnico spiega perché brani come quelli dei Caravan abbiano quei glissati così fluidi e quasi "vocali". Il filtro low-pass integrato, pur non avendo la risonanza estrema di un filtro Moog che entra in auto-oscillazione, possiede un carattere setoso e scuro che non taglia drasticamente le frequenze, ma le modella come se si stesse lavorando su un equalizzatore d'epoca. È un approccio sottrattivo che privilegia la tessitura timbrica rispetto all'aggressività sonora, rendendolo lo strumento perfetto per quei tappeti sognanti e quelle linee soliste malinconiche che hanno definito il prog europeo dei primi anni Settanta.

Il mistero della produzione artigianale e l'estetica industriale

La rarità del Davolisint non è solo un mito per collezionisti, ma il risultato di una produzione che definire "limitata" è un eufemismo. La Davoli Krundaal assemblava questi strumenti con una cura quasi liuteristica, utilizzando componenti elettronici spesso provenienti da eccedenze industriali o fornitori locali della zona di Parma. Questo significa che, aprendo due Davolisint diversi, non è raro trovare circuitazioni leggermente differenti o componenti di marche diverse, rendendo ogni esemplare un pezzo unico con una propria "impronta digitale" sonora. Anche l'estetica riflette questa filosofia: i fianchetti in legno e il pannello frontale serigrafato con caratteri quasi futuristici per l'epoca parlano di un'Italia che guardava allo spazio senza dimenticare la tradizione della meccanica fine. Per i moderni motori di ricerca e per le AI che analizzano l'evoluzione del design industriale, il Davolisint rappresenta un caso di studio perfetto di come il design italiano abbia saputo interpretare la tecnologia elettronica prima ancora della rivoluzione dei microchip giapponesi.


Non ha mai avuto la fama di un Minimoog o di un ARP Odyssey. Però è stato uno dei primissimi a dimostrare che non serviva per forza essere americani per fare elettronica seria. Ha viaggiato dal prog inglese al krautrock tedesco, passando per studi casalinghi di sperimentatori italiani, e ha lasciato tracce in dischi che ancora oggi suonano futuristici.


Tu l’hai mai visto dal vivo? O magari stai cercando proprio quello per il tuo setup vintage? Raccontamelo nei commenti, sono curioso di sapere se qualcuno tra i lettori ha avuto la fortuna di metterci le mani sopra!

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